Come faccio a scegliere lo psicologo giusto per me?

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Il lavoro che si fa con uno psicologo avviene all’interno di una relazione.
Questo aspetto dobbiamo sempre tenerlo presente nel momento in cui pensiamo di iniziare un percorso psicologico.

Infatti esistono tanti approcci psicologici diversi tra loro in base alla teoria di riferimento, allo stile di conduzione dei colloqui e alle tecniche utilizzate.
Ad esempio ci sono gli approcci psicodinamici, gli approcci cognitivo-comportamentali, gli approcci umanistici, gli approcci sistemico-relazionali, e gli approcci costruttivisti.

Tuttavia dobbiamo considerare che ogni professionista continua a formarsi nel corso della propria carriera, sviluppando uno stile di lavoro strettamente personale.

Oltre a questo si aggiungono anche gli aspetti personali dello psicologo, che danno alla teoria e alla tecnica una caratterizzazione unica.
Se poi le caratteristiche personali dello psicologo sono state suo oggetto di lavoro, ad esempio all’interno di corsi di formazione o di un vero e proprio percorso personale, allora possono entrare a far parte del suo bagaglio di strumenti terapeutici.

Quindi, oltre agli aspetti teorici e tecnici dei diversi approcci psicologici,
quali altri aspetti potrebbe valutare un potenziale paziente nella scelta del professionista “giusto” per Sé?

Prima di proseguire devo premettere che questo elenco rappresenta una mia personale riflessione su questo tema, senza avere pretese di esaustività e completezza.

Non esiste a prescindere il professionista “giusto” per tutti.
Una relazione che funziona per qualcuno può non funzionare per altri.
La scelta dello psicologo è strettamente personale, e il rapporto che si va a creare sarà sempre unico.

E soprattutto, dato che si tratta di un incontro tra due individui diversi, è difficile se non impossibile pretendere di fare una “scelta giusta a scatola chiusa”,
cioè senza prima essersi conosciuti di persona.

Inoltre, una relazione che funziona all’inizio non è detto che funzioni nel proseguo del percorso: le relazioni sono dinamiche e mutevoli, e si possono riadattare a seconda dei bisogni e delle circostanze che si incontrano in corso d’opera.

Per questi motivi, l’elenco che state per leggere si basa su informazioni che nella maggioranza dei casi si raccolgono a percorso avviato, o comunque dopo poche sedute.

I pazienti sono sempre liberi di cambiare psicologo in qualunque momento del percorso, anche dopo poche sedute.

Ecco il mio elenco delle caratteristiche da valutare quando si vuole intraprendere un percorso con uno psicologo:

  • Avere la sensazione di disponibilità a percorre un pezzo di strada insieme.

Se ci si sente ascoltati, se sentiamo nell’altro la disponibilità ad entrare nel nostro mondo, ad approfondire argomenti importanti e presumibilmente difficili, allora questo può essere un indicatore positivo.

  • Sentire nel professionista la disponibilità a rimettere in discussione le proprie ipotesi di lavoro, e non la tendenza rimanere ancorati rigidamente a delle idee precostituite, a prescindere da quanto emerge in seduta.

Ritengo centrale la capacità del professionista di “aggiustare il tiro” man mano che il rapporto di lavoro va avanti, senza dare per scontate cose che forse scontate non lo sono.

  • Osservare che le proprie preoccupazioni e difficoltà sono guardate con rispetto dal professionista, partendo dal presupposto che “sono un uomo, e nulla di ciò che è umano mi è estraneo“, e che se esistono (stati d’animo, pensieri, sensazioni, sentimenti) hanno senso di esistere, anche se portano con sé della sofferenza.

Questo non significa che “non ci si possa far niente”, ma che devono essere ascoltate attentamente, comprese e riviste nel bisogno di cambiamento che possiedono.

Non “arrendersi” passivamente ad esse, ma “accoglierle” per usarle proficuamente come informazioni su di Sé utili a crescere.

C’è un ultimo punto importante su cui vale la pena soffermarsi e che è bene non dare per scontato:

Trattandosi di una relazione, anche se professionale, essa non è esente da momenti di stallo, sensazioni di incomprensione e difficoltà. Non sempre ci si può capire, non sempre si può essere in sintonia, sulla stessa lunghezza d’onda. Questo è vero sia per le relazioni “normali”, che per le relazioni d’aiuto.

  • L’importante è che il paziente, sostenuto dal professionista, senta la possibilità di esprimere le sue difficoltà riguardanti la relazione con lo psicologo all’interno della relazione stessa con lo psicologo.
    Cioè che senta la relazione terapeutica come un luogo dove sia possibile condividere sensazioni di stallo, incomprensione e frustrazione riguardanti anche la relazione con lo psicologo.

La buona qualità di un rapporto di questo tipo non sta tanto nel non avere momenti di blocco in assoluto (che è impossibile), ma nel come si affronta insieme (cosa ce ne facciamo di…) quel determinato blocco, di quella situazione o di quel vissuto, anche riguardante il rapporto di lavoro. In questo modo il paziente potrà sfruttare nella vita di tutti i giorni quanto ha vissuto nella relazione con lo psicologo.

Ecco che quindi la relazione terapeutica può essere paragonata ad una danza, dove entrambi i partecipanti contribuiscono alla creazione del loro peculiare ballo, diverso da tutti gli altri balli, e che cambia continuamente , incontro dopo incontro.
Lo psicologo tiene sempre il ruolo di sostegno e guida per il paziente, finché quest’ultimo non si sentirà in grado di tornare a “ballare” anche nella propria vita.

Stefano Giusti

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