La capacità negativa

– “Giovanna, dai: sei su undici. Compreso un uomo…

– È un caso.

– Un caso…

– E sennò cosa?

– Niente. Però mettiamolo da parte, questo caso.

– Sì, ma per farsene cosa? Per arrivare dove?

– Eh, non lo so. Ma è proprio perché non abbiamo idea di dove ci porteranno che le facciamo, queste osservazioni. E intanto sono due.

– Niente scienza, troppe Marie.

– …

– …

E poi non è mica detto che si debba sempre capire tutto. L’indeterminatezza non può essere solo motivo di frustrazione: se così fosse sarebbe un bel guaio, dato che la maggior parte delle cose che ci governano sono indeterminate. Sei troppo negativa, Giovanna. Abbiamo davanti un mistero enorme, come possiamo pretendere di scioglierlo? Accontentiamoci di osservarlo…

– …

– Lasciati andare…

– …

– …

– Osservarlo, tu dici.

– Sì.

– Anche senza capirlo.

– Soprattutto senza capirlo.

– …

– Chiamala contemplazione, va bene? Fai yoga, no?

– …

– …

– …affidarsi anziché padroneggiare…

– Sì.

– …

– …

– …farsi avvolgere dal mistero…

– Esatto.

– …senza memoria né desiderio…

– Proprio così. Vedi che hai capito benissimo?

– Per forza: è la capacità negativa.

– Cos’è?

– Wilfred Bion. Uno Psicoanalista inglese. Ha teorizzato questa attitudine a tollerare l’insaturo, lui dice, cioè il vuoto, l’assenza di senso – senza preoccuparsi di pervenire alla comprensione. In questo modo, dice, si può prestare attenzione a cose che altrimenti verrebbero trascurate, e sviluppare le associazioni intuitive. Se si osserva solo ciò che si comprende, finisce che si esiste solo in ciò che si comprende.

– È proprio quello che dicevo io, detto un po’ meglio. Come si chiama questa teoria?

– Capacità negativa. Bion ha preso il concetto da Keats, che parla di Shakespeare come di qualcuno che aveva la capacità di stare nell’indeterminatezza senza nessun bisogno di cercare fatti e ragioni, e lo ha posto come modello per il rapporto tra analista e paziente. Tu ora è come se la estendessi al rapporto con i fenomeni.

– Esatto. Dove vai?

– A prendere un libro.”

(tratto da XY, di Sandro Veronesi)

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