Baci pericolosi. Il rischio emulazione nei social

“Raquel e Miguel sono due blogger portoghesi seguitissimi sui social. L’ultima foto che hanno pubblicato su Instagram, tuttavia, ha provocato molte polemiche. In viaggio attraverso lo Sri Lanka, infatti, la coppia ha deciso di scambiarsi un bacio in bilico su un treno in corsa e immortalarla in uno scatto poi pubblicato su Instagram. I loro follower però non hanno apprezzato la foto giudicandola irresponsabile e a rischio emulazione.”
(Sito di Repubblica, 2 Marzo 2019)

Lo scalpore causato dalla foto ha fatto eco anche in Italia. Diversi mezzi di informazione hanno riportato la notizia ponendo giustamente l’accento sulla pericolosità del gesto. Un altro rischio che viene spesso citato è quello che viene definito “rischio emulazione”.

Ma cos’è esattamente?

Per effetto emulazione si può intendere genericamente la possibilità che le persone possano imitare alcune azioni o comportamenti. In questo caso l’imitazione riguarderebbe fatti o fenomeni di cronaca molto noti, e che quindi possono dare allo spettatore una sensazione di popolarità e visibilità. Quasi come se attraverso quel gesto, che può potenzialmente significare tante cose diverse, si riuscisse a far sentire la propria voce.

L’effetto emulazione viene spesso associato all’effetto Werther, ovvero al rischio che l’esposizione mediatica a notizie di persone che si sono tolte la vita possa aumentare la probabilità che vengano ripetuti questi gesti nella popolazione.

L’effetto Werther prende nome dal famoso romanzo del 1774, “I dolori del giovane Werther”, scritto da Goethe, in cui il protagonista si suicida non riuscendo a sopportare un amore non corrisposto. Negli anni successivi alla pubblicazione del romanzo si osservò un incremento del tasso di suicidi nella popolazione, soprattutto nella fascia giovanile che aveva letto il libro.

In Italia si osservò lo stesso fenomeno in seguito alla pubblicazione del romanzo del 1802 di Ugo Foscolo, che aveva tratto ispirazione da Goethe stesso, denominato “Ultime lettere di Jacopo Ortis”. In anni più recenti si sono registrati casi simili in seguito alla morte di Marilyn Monroe e di Kurt Cobain.

Due aspetti risultano importanti per comprendere i fenomeni dell’emulazione di comportamenti a rischio: da una parte il modo in cui si viene a conoscenza della notizia o del gesto, dall’altra la possibile identificazione con le vittime/protagonisti.

In primo luogo il rischio emulazione aumenta nella misura in cui si osserva che un comportamento ha riscontro nella società, trova visibilità, diventa popolare (sia in positivo sia in negativo, sia chiaro!). In tal senso l’uso dei social diventa fondamentale per raggiungere questi obiettivi. Sembra che pur di diventare popolari, molti giovani siano disposti a far di tutto o quasi, ad esempio rischiare la vita sottostimando i pericoli insiti nelle proprie azioni. L’adolescenza è una età caratterizzata spesso da vissuti di ribellione, dalla voglia di rischiare, di mettersi in gioco, di provare a capire chi si è veramente. Talvolta però l’impressione che si può avere dall’esterno (in particolare da genitori e insegnanti) è che questo “mettersi in gioco”, o partecipare a “challenge” (sfide spesso pericolose e condivise sui social con video o foto), sia fine a sé stesso. Da qui il vissuto di disorientamento e stupore di molti adulti.

In secondo luogo, più ritroviamo aspetti in comune con la vittima/protagonista della notizia, più potrà essere facile trovare dentro di sé il riconoscimento dei motivi che possono spingere a compiere gesti simili. In ballo ci sono bisogni importanti degli adolescenti: senso di appartenenza, di sentirsi legati a qualcuno o a qualcosa di più grande; il bisogno di non sentirsi soli e di far sentire la propria voce.

Bisogna tuttavia stare attenti a non generalizzare e prendere per assoluti questi fenomeni.

Così per come spesso vengono presentate dai media, queste notizie sembrano influenzare le persone, in particolare i bambini e i giovani, in maniera passiva. Quasi come se le persone (maggiorenni o minorenni) fossero totalmente inermi di fronte agli stimoli che ricevono.

L’iper-stimolazione a cui siamo quotidianamente sottoposti tramite lo smartphone, i pc e i social facilita sicuramente questa percezione passiva di Sé in relazione alle nuove tecnologie. Rischiamo di sentirci impossibilitati ad agire, impotenti. La velocità con cui i social ci stanno abituando ad elaborare (o non-elaborare) le informazioni che riceviamo, favorisce ulteriormente l’attenzione ad aspetti sensoriali-percettivi-emotivi delle notizie, enfatizzandole anziché promuoverne una attenta osservazione e una riflessione critica.

Mi è capitato di frequente di ascoltare, nelle classi in cui ho svolto attività di promozione della navigazione sicura, intense paure dei bambini e ragazzi di essere influenzati da meccanismi della rete vissuti come insidiosi e inquietanti. Così è stato per il Blue Whale, per cui tanti bambini hanno espresso il vero e proprio terrore di essere influenzati e guidati da un ipotetico video-catena-di-sant-antonio a compiere azioni terribili contro la propria volontà, come farsi del male o addirittura far del male a qualcuno di caro. In questo caso il ruolo dei genitori è fondamentale per accogliere le paure dei propri figli. Meno i ragazzi si sentiranno ascoltati, più intensamente faranno emergere quelle paure.

Anche se qualcosa non si nomina o non ha voce, continua comunque ad esistere, anche se “sotto pelle”. E talvolta trova modo di emergere, appunto, dal corpo, attraverso sintomi psicosomatici (febbri ricorrenti, mal di testa, mal di pancia) o attraverso sintomi psicologici veri e propri (stati più o meno ricorrenti di ansia, stress, disturbi del sonno, disturbi depressivi, disturbi alimentari e ossessivi).

L’emulazione ha anche degli aspetti positivi. Moltissimi dei nostri comportamenti sono appresi per imitazione. Fin dall’infanzia, gli esseri umani possono contare sulla capacità di imitare il comportamento di qualcuno percepito come modello o guida. L’apprendimento per imitazione è uno dei più importanti veicoli della conoscenza, del “saper fare” qualcosa e del “saper essere” qualcuno. Si dice spesso che le azioni contano più delle parole, ed è l’esempio di qualcuno di cui ci fidiamo a farci da guida e a insegnarci cosa si può o non si può fare in un determinato contesto o momento. Basti pensare all’ambito lavorativo, per non parlare di quello familiare, dove modi di fare e comportarsi si tramandano di generazione in generazione.

Se si esclude dall’imitazione un ragionamento su di essa, rischiamo di prenderne maggiormente gli aspetti peggiori, quelli più pericolosi e deleteri per la nostra salute.

Favorire nelle giovani generazioni una riflessione, un pensiero autonomo e critico su quanto vivono e osservano nella quotidianità, nel rispetto delle mode e gli interessi comuni (il senso di appartenenza per i giovani è sacro!), può essere la strada maestra per far sì che l’emulazione diventi virtuosa e non soltanto dannosa.

Dott. Stefano Giusti – Psicologo

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