Picci, capricci e bisticci: le bizze viste dai bambini

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I bisogni e le richieste che i bambini spesso rivolgono ai propri genitori o agli adulti di riferimento non sempre sono di facile comprensione. Talvolta gli adulti si trovano ad immaginare e supporre quali siano, andando un po’ per tentativi ed errori, e un po’ basandosi sull’esperienza del momento. Sembra quasi un andare alla cieca, un tentativo di dipanare una matassa a volte intricata, a volte neanche così chiaramente visibile. Si tratta di un processo sicuramente complicato, soprattutto prima che il bambino acquisisca l’uso del linguaggio e provi, con modalità e parole sue, ad esprimersi verbalmente.

A volte, nonostante l’acquisizione del linguaggio, può succedere che il bambino non riesca ad esprimere a parole, e/o che non abbia chiaro lui per primo di che cosa abbia bisogno. Il bambino, così, tenta di mettere in atto dei comportamenti, ad un basso livello di consapevolezza, che in qualche modo possono avere lo scopo di rispondere a quei bisogni.

Tuttavia non sempre i comportamenti del bambino incontrano la comprensione dell’adulto. Un po’ perché l’adulto è abituato ad esprimersi diversamente, un po’ perché può essere difficile mettersi nei panni del bambino, andando oltre alla richiesta specifica del momento. Infine perché non è sempre possibile, per un genitore, essere sempre disponibile verso le richieste del proprio figlio.

Quando una richiesta non è ben precisata, e/o sembra non esaurirsi anche nel momento in cui viene soddisfatta, può succedere che il genitore consideri il comportamento del piccolo insensato, chiamandolo capriccio o bizza (“Fai le bizze inutilmente!”).

Ma cosa sono le bizze? Cos’è il capriccio? Cosa si nasconde dietro ad essi? È veramente possibile che da un momento all’altro il bambino, senza nessun senso, inizi a protestare per qualcosa e diventi persino inconsolabile, anche se quella cosa la ottiene? Forse ci si potrebbe fermare un attimo e chiedersi se quella mancanza di senso possa essere solo negli occhi di chi guarda, piuttosto che nel comportamento del bambino.

Un bambino non piange, strilla, urla, tira calci o protesta senza alcun motivo. Comunica qualcosa attraverso questi comportamenti e quando l’adulto non la coglie o la sminuisce, il bambino cercherà di far capire che per lui quel qualcosa è importante, e lo farà proprio mettendo in atto tutti quei comportamenti che gli adulti solitamente inseriscono nell’etichetta di bizza o, appunto, di capriccio.

Molto spesso i genitori considerano i capricci come una richiesta d’attenzione, dandogli talvolta una accezione negativa o svalutante. Capita spesso di sentire che “nonostante tutte le attenzioni, il bambino non smette”.

È proprio qui, a mio parere, che bisogna fermarsi un attimo a riflettere su quello che si intende per attenzione, o forse, per meglio dire, su cosa intende il bambino per attenzione.

Quali sono i bisogni che un bambino può avere? Sicuramente dipende anche dall’età, ma credo che si possa generalizzare dicendo che spesso sono relativi al sentirsi amato, riconosciuto, al sentire che il genitore è in relazione con lui, che lo considera come persona e come essere pensante. Quella che chiamiamo richiesta di attenzione può avere mille sfumature e avvenire in modi e tempi diversi a seconda del momento che il bambino sta attraversando. Allora le domande da farsi potrebbero essere: “Quale bisogno sta cercando di esprimere mio figlio? Cosa mi sta davvero chiedendo, al di là dell’oggetto richiesto (che sia un giocattolo piuttosto che qualcos’altro) in questo momento?”.

Non è facile mettersi dal punto di vista del bambino: bisogna fare un enorme sforzo, cercare di immaginare i significati del suo mondo, che possono essere molto diversi da quelli dell’adulto.

Quello che l’adulto definisce attenzione, per il bambino potrebbe voler dire tutt’altro. A volte vuol dire semplicemente che il genitore partecipi al suo gioco, magari bevendo un finto bicchiere di latte dalle sue mani o colorando insieme un suo disegno.

Quello di cui spesso i bambini hanno bisogno è la presenza dell’adulto nella relazione, qualcuno che giochi con loro, che condivida le cose che piacciono a lui. Quindi non la mera presenza fisica, ma un tipo di presenza che ha a che fare con lo stare insieme in maniera partecipata e partecipante. Che ci sia interazione e coinvolgimento da entrambe le parti.

Molto spesso il bambino si serve dei momenti in cui il genitore è presente fisicamente per lanciargli le sue comunicazioni, servendosi di quello che ha attorno a sé. È per questo che molto spesso i capricci avvengono durante i pasti, durante una passeggiata tra i negozi, o nei fine settimana. Capita che siano proprio questi i momenti in cui il bambino manifesti un disagio o un bisogno, che si potrebbe tradurre a parole con: “Ho bisogno delle tue attenzioni in un modo diverso da questo o dal solito”.

Il momento del pasto è spesso uno dei più incriminati dai genitori che raccontano le bizze dei bambini: c’è chi non vuole mangiare, chi richiede una cosa diversa, chi a metà di un pasto protesta che non è più di suo gradimento…spesso sono modi per chiedere di essere considerati ed ascoltati in un modo che va al di là del semplice farli mangiare.

Non è affatto facile per un genitore tollerare la sensazione di dare attenzione, magari sentendo di rispondere alle richieste del bambino comprandogli giocattoli o cucinando piatti richiesti, e poi vedere che il bambino non solo continua a piangere, ma chiede di più, altro, come se non bastasse mai. A volte può risultare svilente e sfiancante.

Questa sensazione di svilimento può spesso avere a che fare col proprio ruolo genitoriale che il genitore sente messo alla prova, minacciato o ferito in qualche modo. Quasi come se, non riuscendo a soddisfare quelle richieste, allora potrebbe rischiare di concludere di non essere un buon genitore.

Il momento del capriccio, inoltre, si può prestare spesso a minacce che possono tradursi in frasi tipo: “Se non smetti andrò via”; oppure: “Se non smetti la mamma non ti vorrà più bene”. Questo spesso li fa smettere, è vero. Ma cosa di questo li fa veramente smettere? Cosa potrebbero portare con loro di questa esperienza?

Difficilmente il bambino crederà che quella frase sia solo uno scherzo o un ricatto per farlo mangiare o comunque per farsi ascoltare. Potrebbe invece apprendere che se non fa quello che va bene al genitore, allora potrebbe perdere quella relazione per lui così importante, credendo davvero che l’altro possa andare via e abbandonarlo. È utile riflettere sul fatto che la relazione non è pari, nemmeno cognitivamente. Quello che il genitore intende, cioè il minacciare di andar via senza alcuna intenzione di farlo, piuttosto che il minacciare di non amarlo più avendo invece in mente che lo amerà sempre, il bambino potrebbe non intenderlo allo stesso modo.

I bambini prendono spesso letteralmente quello che viene loro detto, e quando vedono fare all’adulto cose diverse da quelle affermate allora possono confondersi. Questo può valere anche quando si dice loro di non fare più una cosa per poi cedere di fronte al capriccio: il bambino impara che se sfinisce il genitore col capriccio, allora dopo un po’ otterrà ciò che desidera.

Utilizzare spesso minacce o ricatti di questo tipo potrebbe portare il bambino ad imparare che ci sono cose che si possono e cose che non si possono fare, ma non perché ne capisce i motivi, piuttosto perché non piacciono ai genitori e per paura di perdere la relazione con loro. Questo non esula dal fatto che si possano e si debbano dare delle regole su ciò che può essere fatto e su ciò che non può essere fatto. I bambini hanno bisogno di chiarezza e certezze, mentre i messaggi contraddittori favoriscono soltanto confusione e imprevedibilità. Se un bambino decide di saltare dal tavolo, è compito del genitore dirgli che non può farlo, spiegandoglielo e chiedendosi ancora una volta cosa il bambino abbia voluto manifestare con quel gesto, che magari sapeva già essere proibito.

Se il bambino resta privato di spiegazioni, ma soprattutto di rassicurazioni sulla stabilità e sulla sicurezza della relazione col genitore, potrebbe da un lato non mettere più in atto quella bizza, ma dall’altro potrebbe anche preferire, col tempo, di mettere da parte il bisogno che la sostiene, anche nelle future relazioni.

Non è facile, per niente, il compito del genitore. Si va spesso per prove ed errori, si tenta di capire quali siano i desideri e i bisogni del bambino, ma non sempre è facile venirne a capo. Si vive di vite a incastro, e a volte il tempo che si passa con i propri figli è un tempo ritagliato dal lavoro, un tempo dove si cerca di farli sentire amati, a volte accontentandoli e cedendo ad ogni capriccio. A volte quel capriccio proprio non lo si capisce. Altre volte si tenta, si torna indietro, a volte si coglie e si cerca di imparare giorno dopo giorno.

Questo articolo vuole essere uno spunto di riflessione, un invito a non dubitare sia del proprio ruolo genitoriale, sia del fatto che dietro ad un capriccio possa esserci una richiesta, un bisogno che può avere a che fare con la relazione col genitore. Infine vuole essere un invito ad accompagnare il bambino ad una crescita che consideri il più possibile l’intera varietà dei suoi bisogni, anche e soprattutto quelli che sostengono i capricci. Infatti, proprio perché si sono manifestati come capricci possono, forse, rappresentare dei bisogni particolarmente importanti per loro. Se si trattasse di qualcosa di poco importante, i bambini non avrebbero trovato dei modi così sofisticati e dispendiosi di cogliere l’attenzione dei genitori.

Dott.ssa Claudia Terranova – Psicologa Psicoterapeuta

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