La pratica dell’incertezza

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L’incertezza è spesso considerata un difetto, una cosa di cui non vantarsi troppo. Una persona incerta può essere vista come debole, fragile, se non addirittura come inaffidabile. Tendiamo a fidarci di chi sembra mantenere una linea coerente nel tempo, di chi ha delle opinioni e tende a rispettarle coi fatti. La possibilità per noi di rintracciare un filo rosso tra le azioni delle persone ha una utilità fondamentale se parliamo di relazioni. Quando quel filo rosso non c’è, o non riusciamo a trovarlo, ci sentiamo confusi, disorientati.

Quando tuttavia parliamo di crescita personale, forse possiamo provare a considerare dei punti di vista diversi sull’incertezza. Potremmo addirittura parlare dei suoi tesori. L’incertezza infatti può far considerare strade mai viste prima, soluzioni mai pensate, domande laddove sembrava tutto chiaro.

Forse non è sempre desiderabile avere la certezza assoluta di qualcosa, anche ad esempio di opinioni considerate socialmente più accettabili. Avere tutto chiaro su di sé e sugli altri ci fa sentire stabili, è vero, e abbiamo bisogno anche di questo per andare avanti. Ma se rinunciamo alla parte di noi che invece ha bisogno di sentirsi in movimento, di iniziare un nuovo cammino, rischiamo di non cogliere le diverse opportunità che ci possono arrivare dall’incontro col diverso, con la novità, con l’inatteso.

La capacità di tollerare l’incertezza può essere la porta d’ingresso ad una maggiore conoscenza di sé stessi. Significa prendersi del tempo, rinunciare all’impulso iniziale di scacciar via, tamponare o evitare il disagio derivante dal non sapere. Significa imparare a stare, a convivere con quel disagio, e sentire quali spunti ci può dare: ci parlerà di noi, di ciò che per noi è importante e conta veramente.

In un mondo così complesso, pieno di variabili e fattori non del tutto controllabili dalla nostra volontà, direi che può essere utile per una persona provare dubbio, insicurezza, indecisione, conflitto. Utile nella misura in cui serve a riconsiderare di volta in volta il modo in cui vediamo e interpretiamo il mondo che ci circonda, così da coglierne gli aspetti salienti man mano che lo esploriamo. Aspetti che possono mutare da un momento all’altro. Può essere dunque possibile, accettabile, e talvolta anche auspicabile non avere chiaro tutto e subito, nella misura in cui ci permette di scoprire dei pezzi, delle sfumature che altrimenti avremmo rischiato di perdere. A volte avere sempre la certezza assoluta in ogni situazione assomiglia più ad un bisogno di aggrapparsi alla propria posizione e rimanere fermo, piuttosto che ad un’autentica opinione su ciò che è in discussione. Non considerare le varie sfumature del mondo, anche quelle inizialmente impensabili, non ci fa progredire, non ci fa crescere. Provare incertezza potrebbe persino aiutarci a muoverci nel mondo. Potrebbe anche darci un qualcosa che la sicurezza estrema di sé non ci può dare: la possibilità di cambiare strada tutte le volte che lo desideriamo o lo riteniamo necessario, tutte le volte che per noi ha più senso cambiarla, tutte le volte che ci rendiamo conto che la strada battuta fino ad oggi non corrisponde più ai nostri desideri, e sentiamo il bisogno di costruire un percorso nuovo.

L’incertezza, se vista in quest’ottica, può essere una pratica da coltivare in maniera attenta e premurosa. Se ci permettiamo di navigare nei suoi spazi, nei suoi canali, nei suoi anfratti, possiamo dar vita a storie nuove, storie diverse, storie fino ad ora mai pensate né sognate.

L’incertezza può essere il seme della possibilità, l’inizio di un viaggio…

Stefano Giusti

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